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Il rapporto tra cibo e tumori è più profondo e complesso di quanto si possa immaginare. Ce lo ha spiegato Antonio Moschetta, Ordinario di medicina interna dell’Universita di Bari, e ricercatore della fondazione AIRC – ASSOCIAZIONE ITALIANA PER LA RICECA SUL CANCRO in occasione della Giornata mondiale contro il cancro.

Cinque gli aspetti da considerare dal punto di vista alimentare. Vediamo quali sono:

1. Alimentazione e metabolismo del cancro

Il rapporto tra cibo e cancro, incide sul metabolismo del tumore, ossia la benzina che il tumore utilizza per crescere e diventare sempre più aggressivo e pericoloso. Tale aspetto è di fondamentale perché, per alcuni tumori, lo stato metabolico della persona ammalata determina l’aggressività del tumore. È per questo che una donna con obesità viscerale (girovita oltre la norma a causa dell’accumulo di grasso all’addome) ha più probabilità di ammalarsi di cancro alla mammella, mentre un uomo obeso ha un rischio aumentato di sviluppare cancro alla prostata.

Moschetta sottolinea: «L’obesità viscerale caratterizza un ambiente sistemico pro-infiammatorio che può favorire l’insorgenza del cancro. Oggi, in particolare, si parla microambiente tumorale per descrivere tutte quelle cellule che circondano il cancro, incluse le cellule infiammatorie, che possono creare delle situazioni favorevoli alla crescita del tumore.

Pertanto, dobbiamo porre particolare attenzione alla nutrizione e allo stile di vita: ciò che mangiamo può influenzare lo sviluppo di tumori non solo del tratto gastrointestinale, per i quali è scontato un rapporto diretto con il cibo, ma anche di tumori che nascono in siti molto distanti come fegato, mammella, prostata. Proprio questi tumori sono maggiormente associati ad una condizione dismetabolica, caratterizzata da accumulo di grasso a livello del girovita che favorisce la creazione di un ambiente infiammatorio pericoloso». 

2. Alimentazione corretta migliora l’effetto delle terapie

Metabolismo, nutrizione e stile di vita adeguati sono importanti e fondamentali anche per la prevenzione, e il successo di terapie intraprese. Uno studio americano condotto su 250 mila soggetti di sesso femminile ha dimostrato infatti che a parità di tumore alla mammella (stadio, tipologia…), una donna con obesità addominale presenta possibilità di guarigione a cinque anni ridotte di quasi il 20% rispetto ad una donna senza adiposità viscerale.

«Se siamo in uno stato dismetabolico e infiammatorio, i farmaci non funzionano bene. Ciò significa che nutrizione e stile di vita, da soli, non saranno mai in grado di curare il cancro, ma favoriranno la creazione di un ambiente meno suscettibile all’aggressività della malattia, che permetterà anche alle cure di funzionare al meglio», aggiunge Moschetta.

3. Importanza delle terapie target

«Le terapie target che vanno ad affamare il cancro sono, nella maggior parte dei casi, dei trattamenti mirati che vanno a modulare delle strade intracellulari volte ad affamare la cellula. Tali terapie sono state possibili in seguito alla scoperta di quali sono gli interruttori sul Dna che sono accesi e spenti dai nutrienti e dagli ormoni. Un esempio di questi interruttori è il recettore degli estrogeni nei tumori della mammella. Quando è stato identificato nelle cellule del cancro, è bastato disegnare un composto chimico antiormonale per affamare e quindi curare il tumore della mammella». Precisa il professore.

Al recettore degli estrogeni se ne sono aggiunti altri, come quello dei retinoidi nella leucemia e quello degli androgeni nel tumore alla prostata. «Questi risultati indicano che siamo sulla strada giusta. Perché la cura del paziente sia efficace, dobbiamo mirare a una terapia personalizzata metabolica. Non è una terapia chimica o una chemioterapia, ma il blocco selettivo della funzione di un ormone. In questo modo andiamo ad azzerare la benzina metabolica che il cancro utilizza per crescere. E le possibilità di guarigione aumentano».

4. L’alimentazione influenza l’ambiente in cui si sviluppa il tumore

Le nuove terapie, come quella immunitaria o altre antinfiammatorie, colpiscono l’interazione con le cellule intorno al tumore.

«Oggi sappiamo che un determinato tumore, con una specifica mutazione, ha effetti completamente differenti in due soggetti diversi. Paragonando il tumore a una macchina, in un individuo corre a 10 km all’ora e in un altro a 120 km/h. Ed è proprio qui che nutrizione e stile vita sono protagonisti, determinando la velocità di questa crescita. In un soggetto infiammato, obeso e con il fegato grasso, quello specifico tumore corre molto più velocemente. Ciò significa che per contrastare il tumore, questo soggetto dovrà cambiare il suo stile di vita e come si comporta a tavola».

L’esercizio fisico costante fa anch’esso al sua parte.

5. L’importanza della dieta mediterranea

In conclusione, precisa il professore: «Noi sappiamo che la dieta mediterranea o la dieta di Okinawa sono il non plus ultra per diminuire il rischio oncologico, ma in realtà ogni dieta dovrebbe essere costruita ad personam perché la personalizzazione della nutrizione è importante come la medicina personalizzata».

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