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Una sentenza che apre una nuova prospettiva sul tema della conciliazione tra lavoro e famiglia. Il Tribunale di Bologna ha riconosciuto il diritto di un padre lavoratore a non svolgere turni notturni per poter assistere la figlia minore di tre anni, equiparando la tutela prevista per il padre a quella tradizionalmente riconosciuta alla madre.

La vicenda riguarda un operaio bolognese di 41 anni, padre di una bambina di due anni e mezzo, che aveva chiesto alla propria azienda l’esonero dal lavoro notturno dopo una modifica dell’organizzazione dei turni aziendali.

Dal 2024, infatti, l’uomo era stato inserito nei turni notturni due volte alla settimana. In quelle ore la compagna rimaneva sola a occuparsi delle due figlie, una di cinque anni e una di due anni e mezzo. Per questo motivo, nel gennaio 2025, il lavoratore aveva chiesto di poter essere escluso dal turno notturno per poter contribuire all’accudimento della figlia.

Secondo l’azienda, però, il beneficio sarebbe spettato solamente nel caso in cui anche la madre avesse svolto un lavoro notturno. Da qui è nato il ricorso davanti al giudice del lavoro.

Il Tribunale ha dato ragione al dipendente, stabilendo che il diritto del padre non può essere considerato subordinato rispetto a quello della madre.

Nella motivazione della sentenza il giudice ha evidenziato che la normativa «non consente di desumere che il diritto del padre costituisca una posizione derivata o subordinata rispetto a quella della madre», riconoscendo quindi la possibilità per entrambi i genitori di usufruire della tutela.

Oltre al riconoscimento dell’illegittimità del rifiuto dell’azienda, il Tribunale ha disposto un risarcimento per danni morali di circa 10 mila euro a favore del lavoratore, oltre alle spese legali.

Le legali che hanno assistito l’operaio hanno definito il provvedimento una delle prime pronunce in Italia su questa materia, sottolineando l’importanza di una maggiore conoscenza dei diritti dei lavoratori e delle tutele previste per la genitorialità.

La decisione potrebbe comunque essere impugnata dall’azienda, ma rappresenta un precedente significativo nel percorso verso una maggiore parità tra madri e padri nella gestione della cura dei figli.